Gesù visto con gli occhi di… IL LOGICO ELMADAM

M’inviti a parlare di Gesù il Nazareno: avrei molto da dire, ma il tempo non è ancora venuto. Comunque, ogni cosa che ora dirò risponde al vero, perché vano è ogni discorso se non manifesta la verità.
Ascolta: un uomo amante del caos, ostile a ogni forma di ordine; un mendicante avverso a
ogni forma di possesso; un ubriacone desideroso solo di gozzovigliare con i vagabondi e i reietti.
Non essendo l’orgoglio dello stato né il pupillo dell’impero, nutriva disprezzo per entrambi, stato e impero.
Amava condurre una vita libera e gratuita, come gli uccelli nell’aria, e per questo i cacciatori lo abbatterono con le frecce.
Nessun uomo può cozzare contro le torri del passato senza essere travolto dalla pioggia di pietre.
Nessuno può aprire le barriere che gli avi elevarono contro le maree senza essere sommerso dalle onde. È la legge. E poiché quel Nazareno infranse la legge, lui e i suoi stolti seguaci sono degni di disprezzo.
Ci furono molti altri come lui, uomini che si proponevano di mutare il corso del nostro destino.
Furono loro a essere mutati, e furono loro gli sconfitti.
C’è una vite senza uva che cresce presso le mura della città. Si protende verso l’alto e si avvinghia alle pietre. Se questa vite in cuor suo dicesse: «Col mio peso e con la mia potenza distruggerò le mura», cosa direbbero le altre piante? Certo riderebbero della sua stoltezza.
E dunque, signore, di quest’uomo e dei suoi folli discepoli io non posso che ridere.
(Gibran, Gesù figlio dell’uomo)

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Dio come le rette parallele

Posso chiederti una cosa?
Certo!
Tu credi in un potere superiore?
Sì, certo! È l’unico modo per dare un senso a tutto questo (la vita). Altrimenti è solo un fottuto caos.
Credi che siamo stati creati da lui e lui sta lì a giudicarci?
No, la vedo più come le rette parallele.
Rette parallele?
Hai presente 2 linee che vanno avanti all’infinito senza mai toccarsi?
Sì.
Già, però 2 rette così non esistono in natura e l’uomo non sa creare delle vere parallele.
È più che altro un concetto, capisci?
Quel concetto, però, quella perfezione sappiamo che è lì, e ci dà da pensare, ma non riusciamo mai a raggiungerla.
Io credo che è lì che si trova Dio..

( dialogo tratto dal film Fratelli in erba, 2009)

Che l’annno nuovo ci ritrovi tutti cresciuti nella capacità di rispetto dei tempi di ciascuno, nel rispetto della non convergenza dei piani di Dio con la nostra razionalità, nella capacità di valorizzare ciò e chi non si omologa a noi, e viaggia ostinatamente parallelo. Forse è bello così.
Auguri a tutti.

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Grazie a Dio, Dio non esiste. Ma se per caso, Dio non voglia, Dio esistesse?

Così recita questo sorprendente proverbio russo.

Spesso escludiamo Dio con la nostra razionalità. Lo ritiriamo in ballo spinti da domande e bisogni profondi.
La testa sembra voler prendere le distanze da un Dio a cui abbiamo associato tante miserie, che sono degli uomini, non sue.

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ZACCHEO …su Gesù

Tu credi in quello che senti dire. Ma dovresti credere in quanto non viene detto: il silenzio dell’uomo si accosta alla verità più della sua parola.
Mi chiedi se Gesù avrebbe potuto sottrarsi a quella morte infamante e salvare i suoi seguaci dalla persecuzione.
Sì, ti rispondo, sì, avrebbe potuto sottrarsi a tutto se l’avesse voluto, ma il suo fine non era salvare se stesso, né si curava di proteggere il gregge dai lupi della notte.
Conosceva il suo destino e la sorte di quanti l’amavano fedelmente. Profetizzò quello che doveva accadere a ciascuno di noi. Non dico che cercasse la morte: l’accettava, come un agricoltore, avvolgendo il frumento nel sudario della terra, accetta l’inverno e rimane in attesa della primavera e del raccolto; e come un costruttore colloca nelle fondamenta la pietra più grande.
Noi venivamo dalla Galilea e dalle pendici del Libano.
Il Maestro avrebbe potuto ricondurci nel nostro paese, a vivere nei nostri giardini a fianco della sua giovinezza, finché la vecchiaia ci avesse sussurrato di tornare a fluire nel tempo.
Forse qualcosa gli sbarrava la via verso i templi dei nostri villaggi dove altri leggevano i profeti e svelavano il proprio cuore ?
Non avrebbe potuto dirci: «Ora vado a levante col vento di ponente » e congedarci, così dicendo, con un sorriso?
Sì, avrebbe potuto dire: «Tornate dalla vostra gente. Il mondo non è pronto: tornerò tra mille anni. Insegnate ai figli ad attendermi ».
Avrebbe potuto farlo, se avesse voluto.
Ma sapeva che per costruire il tempio invisibile era necessario che fosse lui la pietra angolare, e intorno a quella pietra noi, cementati come piccoli sassi.
Sapeva che la linfa del suo albero celeste doveva salire dalle radici, e sulle radici versò il suo sangue; e non fu per lui sacrificio, ma atto benefico.
La morte è ciò che svela. La morte di Gesù svelò la sua vita.
Se fosse fuggito da te e dai suoi nemici, voi sareste stati i conquistatori del mondo. Per questo non fuggì.
Solo chi tutto desidera dona ogni cosa.
Sì, Gesù avrebbe potuto sottrarsi ai suoi nemici, per vivere fino a tarda età. Ma conosceva il trascorrere delle stagioni, e volle intonare il suo cantico.
Quale uomo, di fronte al mondo in armi, non vorrebbe essere sconfitto per un istante, se questo significasse il trionfo sui secoli ?
E ora mi chiedi chi, in verità, uccise Gesù, se i romani o i sacerdoti di Gerusalemme.
Non furono i romani a ucciderlo, né i sacerdoti. C’era il mondo intero, a rendergli onore su quella collina.
(Gibran, Gesù figlio dell’uomo)

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RITROVARSI AL CENTRO.

Dalla letteratura di Guareschi, una bella immagine sul ruolo delle religioni, fatta salva la riserva sulla “pretesa” o illusione umana di poter raggiungere la Verità.
Don Camillo tornò a fermarsi davanti al crocifisso.
- Gesù, le idee sono dunque finite? Gli uomini hanno pensato tutto il pensabile?
- Don Camillo – disse il Cristo – cosa intendi tu per idea?
- Idea, per me, povero prete di campagna, è una lampada che si accende nella notte profonda dell’ignoranza umana e mette in luce un nuovo aspetto della grandezza del Creatore.
Il Cristo sorrise.
- Con le tue lampade non sei lontano dal vero, povero prete di campagna. Cento uomini erano chiusi in una immensa stanza buia e ognuno di essi aveva una lampada spenta. Uno accese la sua lampada ed ecco che gli uomini poterono guardarsi in viso e conoscersi. Un altro accese la sua lampada e scoprirono un oggetto vicino, e mano a mano che si accendevano altre lampade, nuove cose venivano in luce sempre più lontane, e alla fine tutti ebbero la loro lampada accesa e conobbero ogni cosa che era nella stanza, e ogni cosa era bella e buona e meravigliosa. Intendimi, don Camillo, cento erano le lampade, ma non erano cento le idee. L’idea era una sola: la luce delle cento lampade, perchè soltanto accendendo tutte le cento lampade si potevano vedere tutte le cose della grande stanza e scoprirne i dettagli. E ogni fiammella non era che la centesima parte di una sola luce, la centesima parte di una sola idea. L’idea dell’esistenza e della eterna grandezza del Creatore… Ciò doveva appagare gli uomini. Ma ognuno invece credette che il merito delle belle cose che egli vedeva non fosse del creatore di esse, ma della sua lampada che poteva far sorgere dalle tenebre del niente le belle cose. E chi si fermò per adorare la lampada, chi andò da una parte e chi dall’altra, e la gran luce si immiserì in cento minime fiammelle ognuna delle quali poteva illuminare soltanto un particolare della Verità. Intendimi, don Camillo: è necessario che le cento lampade si riuniscano ancora per ritrovare la luce della Verità. Gli uomini oggi vagano sfiduciati, ognuno al fioco lume della propria lampada, e tutto sembra loro buio intorno e triste e malinconico e, non potendo illuminare l’insieme, si aggrappano al minuto particolare cavato fuori dall’ombra dal loro pallido lume.

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OGNI PASSIONE DIVENTI MUSICA!

Se una donna ti ama, tu parli e invece canti.

Le parole son la musica dell’amore.

Una bella pennellata di Guareschi, in Osservazioni di uno qualunque.

Come vorrei che le mie parole di appassionato insegnante suonassero come musica capace di incantare di amore per la vita e per l’uomo.

Come vorrei che le mie parole di insegnante, che le situazioni vorrebbero scoraggiato, sapessero di melodia che aiuta ad alzare gli occhi e il cuore al cielo.

Come vorrei che i miei studenti scoprissero di avere una musica propria da suonare, per dar voce alla bellezza che hanno dentro, e partecipare a quell’armonia che si va creando lentamente, a quel concerto di cui sono protagonisti, che è la storia della salvezza.

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Gesù Cristo…servito caldo!

Oggi sono entrato in una classe quarta liceo con l’intenzione di introdurre in modo “caldo” la ripresa e l’approfondimento del tema Gesù Cristo che ci accompagnerà nei prossimi mesi. Il percorso avrà due tappe importanti nella lettura animata che faremo del dramma di Diego Fabbri, “Processo a Gesù”, ed. Tascabili economici Newton, e nel racconto integrale del vangelo di Marco che offrirò loro mettendoli nei panni degli uditori di Marco, quasi neofiti cristiani rintanati nelle catacombe per ascoltare le vicende e la parola di Gesù il Nazareno.

Entrato in classe, una classe numerosa e da tenere con le briglie corte, perché si disperdono facilmente, qualche battuta di disgelo. Ho chiesto loro scusa a nome della scuola per averli tenuti a forza fuori dalla scuola ieri a motivo del rischio inondazioni.

Mentre le battute goliardiche e le risate si sfumavano io ho piazzato due banchi vuoti al centro ideale del semicerchio formato dai ragazzi nella loro ormai consueta disposizione.

Poi ho detto ai ragazzi di mettere su un banco un oggetto che avevano addosso o in cartella, che rievocasse in loro una sensazione, un ricordo, un’emozione positiva. E su questo banco, ho insistito, tutti potevano e dovevano mettere qualcosa. Nell’altro banco invece potevano mettere, se l’avevano, qualcosa che li ricollegasse ad una sensazione negativa.

Sul secondo banco sono arrivati subito alcuni libri, non cartelle intere, come temevo, un ombrello che ricordava il brutto tempo di questi giorni, due agende piene degli impegni scolastici prossimi, una scatola di medicinali di una ragazza che è in cura da tempo, un fazzoletto stropicciato del buon Marco che è stato guardato con occhi schifati da tutti, anche se voleva solo ricordare il raffreddore di questi giorni.

Molto più nutrito il primo banco su cui sono comparsi, prima timidamente, poi quasi con foga, braccialetti, anelli, collanine, sciarpe, l’ultimo libro di Alessandro D’Avenia, cappelli, uno stemma del soccorso cinofilo, una gomma tagliata a metà (l’altra metà era nell’astuccio della “metà” che si trovava in un’altra classe! Come sono romantici!), mp3 e cuffie varie a ricordare il piacere della musica,…

Io ho passato velocemente in rassegna prima le cose positive, sottolineando il fatto che la maggior parte di esse ci rimandano alle nostre relazioni, alle persone che attraverso gli oggetti sentiamo presenti, vicine e ci fanno sentire bene. Poi ho giocato anche un po’ sulle cose “negative”, dicendo loro come sono fortunati ad avere solo questo tipo di problemi, così affrontabili.

Il messaggio che ho voluto mandare era questo: non dovete preoccuparvi del fatto che il banco delle sensazioni pesanti, negative sia sgombro. Non esiste nella vita reale!

Dovete preoccuparvi piuttosto che il banco delle cose positive sia sempre pieno, ricco.

Pensate a quante cose inaspettate colorano di bello la vita di alcuni: le amicizie, gli affetti, ma anche un bel libro letto per piacere, o il collegamento ad una associazione di volontariato che mi fa faticare, ma mi lascia goduta e fiera. Quante bellezze attraversano la nostra vita e rischiamo di non accorgercene.

A questo punto ho raccontato loro dell’esperimento del Washington post con un grande violinista messo a suonare con uno Stradivari da 3,5 milioni di dollari al mattino presto in un atrio della metropolitana di Washington (La Repubblica 9.04.2007). L’obiettivo era indagare se la gente è capace di cogliere la bellezza, di accogliere la bellezza anche nelle situazioni quotidiane, anche quando le circostanze non ti favoriscono?

Il risultato è stato penoso. So che questo stesso esperimento era stato effettuato, dalla Rai, con analoghi risultati a Trieste e a Roma con altri grandi artisti.

 

A questo punto ho spiegato ai ragazzi il mio prossimo obiettivo: io ho una bellezza da sottoporre al vostro sguardo. E’ una bellezza straordinaria, che non ha valutazione. E’ Gesù Cristo, le sue parole, i suoi gesti, la sua umanità, il suo messaggio. Le misure di questa bellezza sono nella vita di miriadi di uomini, donne e giovani che in ogni tempo hanno dato contenuto e sapore alla loro vita e al loro tempo sulle orme di Gesù.

Le mie prossime lezioni saranno lezioni d’arte. Io voglio farvi godere di questa bellezza che ha attraversato la vita degli uomini e anche la vostra oggi.

Le mie parole saranno per forza inadeguate!

Voi metteteci tutta la capacità di stupore di chi vuole riconoscere la bellezza nella realtà della vita, in mezzo ad un quotidiano carico di responsabilità e affanni, magari ripulendola da quella mano di vernice grigiastra con cui nel tempo forse l’avevate ricoperta.

Buono stupore a tutti.

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AAA…SANTI cercasi. No richiesti miracoli!

Oggi festa dei Santi, soprattutto di quelli anonimi per le pagine di storia, ma non nelle pagine della vita di tanti e tante persone che hanno avuto bisogno di una presenza talvolta premurosa, fraterna, talvolta illuminante, provocante.

A chi non la conosce, offro la bella sintesi che Shafique Keshavjee presenta alla fine del suo libro Dio spiegato a mio figlio (Piemme):

In tre parole io direi che l’essenziale è vivere, sopravvivere e vivificare.

  1. Vivere, non vivacchiare. Vivere ogni giorno come se fosse il primo. Come se fosse l’ultimo. Vivere con qualità, con intensità, con leggerezza.
  2. Apprendere anche a sopravvivere. Ad affrontare la morte prima della morte. Tutte queste rotture e ferite che ci lacerano. Attraversarle alla luce della Pasqua, questo misterioso Passaggio che fa morire la morte. Che ci offre un pizzico di follia quando il mondo si prende troppo sul serio e dimentica di giocare…
  3. E vivificare. Trasmettere la vita con gli altri, agli altri. Poiché la vita si riceve e si dona…

Buona santità a tutti!

Del resto “morire è tremendo, ma l’idea di dover morire senza aver vissuto è insopportabile”. (Erich Fromm)

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Il vuoto non è solo un problema!

Con l’argilla bagnata si formano i recipienti;

ma è il vuoto che è in essi a consentire la pienezza dei vasi.

Col legno si costruiscono case, porte e finestre;

ma è il vuoto che è in esse a rendere stabili le dimore.

C’è la parte visibile dell’utilità, ma l’essenziale rimane invisibile.

(Lao-tzu)

 

Spesso rimane invisibile anche a noi stessi questo vuoto, questo essenziale, questo spazio di accoglienza che abbiamo dentro.

Molte energie della nostra vita, soprattutto da giovani, le abbiamo utilizzate per modellare il nostro vaso, il fisico, il carattere, la cultura. E abbiamo creduto di essere arrivati.Forse tutto questo era solo il contesto, indispensabile, per rendere più gradevole la scoperta di quello che abbiamo dentro.

Ma cos’ho dentro di me, capace di rendere il mio corpo e la mia intelligenza solo un contorno? Un contorno bellissimo in verità, ma proprio per questo una cornice ancor più invitante a scoprire il quadro dipinto all’interno.

In un tempo come questo, trafficato di cornici con gambe e braccia, ma senza macchie di colore all’interno, chi colora il suo quadro con i colori della fede appare fuori moda, stona, disturba.

Ma il mondo in bianco e nero è triste!

Noi credenti abbiamo da Dio il dono di mille sfumature di colore, che possono scaldare la freddezza  della monocromia.

Ricordo  a senso un’ immagine letta da qualche parte: essere testimoni è offrire un bicchiere d’acqua a qualcuno, con la possibilità che questo gli faccia venire la voglia di andare alla sorgente. Questo in fondo racchiude la prospettiva del mio insegnare. Ma soprattutto la gratitudine di tutti per il dono della fede.

PS: Personalmente ritengo che uno dei modi migliori di insaporire il vuoto dentro di noi sia vivere esperienze di accoglienza!

 

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GRANDI…anzi PERFETTI!

Stimolato da una fantastica classe di studenti che quest’estate avevano letto Il gabbiano Jonathan Livingstone di Richard Bach, dopo aver sorriso insieme della performance di un compagno che, pur non avendo letto una pagina del libro, era riuscito a esibirsi con la professoressa che lo interrogava in una performance sufficientemente generica e credibile, ho voluto rievocare qualcuna delle emozioni che un libro del genere riesce a suscitare in adolescenti con tanta voglia di crescere, crescere, diventare grandi (…ma non precisamente adulti).

Ho letto un passo a pagina 54 dell’edizione Rizzoli Bur:

Cosa vuoi che ti dica? Mi sa tanto che tu, Jonathan, sei un uccello come se ne trova uno su un milione. Per lo più, noialtri ci abbiamo messo un’infinità di tempo ad arrivare fin qui. Passavamo da un mondo all’altro, ognuno quasi uguale al precedente, e, subito, ci si scordava donde venivamo, né c’importava dove fossimo diretti. Insomma si viveva alla giornata. Hai idea di quante vite ci sarà toccato vivere, prima che ci passasse per il cervello che c’è, al mondo, qualcos’altro che conta, oltre al mangiare, al beccarci fra di noi, oltre insomma alla Legge dello Stormo? Ma mille vite, Jon, ma diecimila! E poi, dopo quel primo piccolo barlume, saranno occorse altre cento vite prima che cominciassimo ad intuire che c’è una cosa chiamata perfezione. E poi, altre cento vite, prima di capire che lo scopo della vita è appunto quello di adeguarci il più possibile a quell’ideale… Ma tu, Jon, tu hai imparato tante cose in una volta che non sei dovuto passare attraverso un migliaio di vite per arrivare a questa.”

E questo è stato il mio commento: quante vite avete vissuto questa mattina, e ieri, e quest’estate! Sì perchè ogni esperienza è una vita che ti chiama, ad imparare qualcosa di più.

Quante esperienze viviamo senza che lascino un segno dentro di noi, nel profondo. Le viviamo e scivolano via senza incidere nei nostri pensieri, nel cuore, nel carattere, nei nostri ideali. Quante vite sprecate, rassicurati dalla Legge dello Stormo.

Quante vite, quante esperienze dovete ancora aspettare prima di accorgervi che c’è qualcosa chiamata PERFEZIONE (io la chiamo SANTITA’!) che vi chiama a rispondere. Ogni incontro, ogni esperienza è un regalo da non sprecare!

Che ogni esperienza sia un’occasione per un gradino in più, per te Matteo, Chiara, Carlotta, Federico…

Non abbiate fretta che questo anno passi, abbiate timore che il tempo, con le sue mille occasioni, passi senza veder cominciare il vostro cammino.

Sta per suonare la campanella. Nell’intervallo che arriva, nel pomeriggio a casa, nelle attività che vi aspettano scoprite quante vite si possono vivere!

PS: Non lo sanno ancora, ma la prossima volta, rievocherò questo messaggio facendoglielo scoprire nel vangelo: “Voi dunque, siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48)…

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