Prof. Sergio

"Educare è libertà, il resto è addestrare, ammaestrare, indottrinare "(Paolo Crepet)

Quel coraggio ci interroga

gennaio 22nd, 2012

“Nell’incrocio di destini del naufragio della Costa Concordia alcune storie emergono e restano nella memoria anche quando il telegiornale è finito, il pc spento. Come la storia del passeggero disabile salvato da un viaggiatore che ha trascinato la carrozzella verso le scialuppe; o del commissario di bordo rimasto intrappolato e ferito dopo avere aiutato molti altri; come le storie di salvagente allungati a un amico o a uno sconosciuto, che si salva, e poi sul molo dell’isola del Giglio cercherà invano la faccia che vuole ringraziare. Ma dallo stesso groviglio di memoria annodato attorno a una nave che affonda vengono altri echi: di salvagente contesi e strappati, di spintoni per accaparrarsi un posto su una scialuppa, di bambini abbandonati dalle baby sitter al miniclub, nell’ora della paura. Addirittura del comandante che, sembra, ha abbandonato la sua nave, quando, per legge e per onore, avrebbe dovuto essere l’ultimo.
Il coraggio e l’egoismo o la viltà emergono dalle testimonianze del naufragio con una schietta evidenza, che però non sempre corrisponde agli schemi precostituiti. Il coraggio si mostra su facce che avresti detto qualunque, e non magari dietro una divisa, a delle mostrine, là dove te lo aspetteresti. Perché una tragedia come quella dell’altra notte è una sorta di reagente nel coacervo di sconosciute umanità di una grande nave con più di 4.000 persone a bordo, una festante nave appena partita per una lieta crociera; dove si mangia, si beve, si balla, e la vita appare spensierata, e si può e forse si desidera, stanchi, finalmente in vacanza, di dimenticarsi di sé.

Repentino, l’imprevisto si manifesta con un boato, le luci che si spengono, la musica che tace. Confusione, cellulari che squillano, figli che non si trovano, passi di corsa, paura. Poi la regale ammiraglia che si inclina, il panico che si insinua. Che sia possibile morire così, sulla più grande nave da crociera italiana, a poche centinaia di metri dalla terra?
E nel momento in cui questo pensiero si fa strada nella lucente città sull’acqua, in quella babele di lingue fra loro straniere, di colpo ognuno viene riportato in sé, alle domande più vere. Se nella vita quotidiana è possibile illudersi di essere forti e generosi, negli istanti di una emergenza, mentre la folla spinge e le carrucole delle scialuppe cigolano inceppate, non si può traccheggiare, né ingannarsi. C’è una molla potente e antica, l’istinto di sopravvivenza, che spinge verso la salvezza. Come accadrebbe in un’orda di animali inseguita dai cacciatori: si travolgono fra loro, tesi a sopravvivere. Eppure in alcuni, in tanti, contro all’istinto, qualcosa insorge dentro, una cosa che in un’ottica puramente darwinista è strana, perché non risponde alla logica della selezione del più forte: chi si ferma e aiuta un vecchio, chi cede il suo salvagente, chi prende in braccio uno sconosciuto bambino. Fra le urla, fra gli spintoni, anche mani allungate ad aiutarsi, coperte allargate sulle spalle di gente mai vista, passi che tornano indietro, a cercare chi manca.
Cos’è, che fronteggia l’istinto di sopravvivenza e compare inaspettato, in uomini che magari avresti detto pavidi, in vite che avresti detto qualunque? L’ora di una tragedia vaglia gli animi e interroga, e in un istante bisogna rispondere: viviamo solo per noi, ci importa solo di noi, o invece il destino degli altri ci riguarda, e quel vecchio smarrito all’improvviso ha la faccia di nostro padre, e non possiamo lasciarlo solo? La domanda di certe ore è terribile, e rivela, senza possibilità di mentire.

E noi che non c’eravamo stiamo a guardare e ad ascoltare, attenti, commossi e come stranamente inquieti: e tu – è come se qualcuno ci dicesse – in quel buio, in quel panico, cosa avresti fatto? Saresti tornato sui tuoi passi, tu, per un grido avvertito in una cabina chiusa? Certo le madri, i padri, sì, ritornano, a cercare i figli. Ma c’è gente che non era padre né madre, eppure è tornata indietro, come inesorabilmente legata all’altrui destino. Ed è questo, in una notte come quella del Giglio, il più grande mistero”. (Marina Corradi – Avvenire, 17 gennaio 2012)

Buon anno!

gennaio 6th, 2012

“da forze benevole fedelmente e tacitamente circondato

meravigliosamente protetto e consolato

voglio vivere con voi questi giorni

e con voi entrare in un nuovo anno …

da forze benevole meravigliosamente soccorsi

attendiamo, consolati, ciò che verrà.

Dio è con noi alla sera a al mattino

e senza dubbio ogni nuovo giorno”

Con questi versi di Dietrich Bonhoeffer, il teologo luterano ucciso da Hitler nel 1945, auguro a tutti voi un felice anno nuovo. prof. sergio

Una riflessione sul valore della preghiera

gennaio 2nd, 2012

Ti propongo di riflettere sul valore della preghiera con questa serie di belle foto, accompagnate dal canto di grandi artisti. Buona riflessione…La_preghiera1

BUON NATALE!

dicembre 19th, 2011

«Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio. Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra. Un viaggio di mille miglia ha inizio sotto la pianta dei tuoi piedi».  Questa frase di Lao Tzu, filosofo cinese del sesto secolo prima di Cristo, può aiutarci a capire meglio cosa c’è dietro alla festa di Natale che celebriamo ogni anno. Da un bambino c he nasce in uno sperduto e sconosciuto villaggio, nasce e ha inizio una nuova storia per tutta l’umanità.
E’ una storia che continua a parlare di liberazione, di cambiamento, di giustizia e di pace…per tutte le donne e gli uomini di buona volontà. Le grandi cose nascono sempre da piccole, quasi insignificanti, parole, idee, fatti… capaci però di coinvolgere altri. Il Natale ci ricorda ogni anno che tutto ha inizio da un bimbo fragile e inerme…eppure questa “nullità” di un neonato è diventata albero robusto, torre di pietra alta millenni, viaggio e scoperta di tanti. Ogni cosa, anche la più grande, ha inizio da un “nulla” da uno “zero”. Nella lingua ebraica “zerà” vuol dire sia “zero”, sia “seme”. Insomma noi siamo zero, ma nel nostro niente è nascosto il nostro tutto, proprio come in un seme.
Che questo Natale ci porti questa speranza e questa sapienza. AUGURI CARI A VOI E ALLE VOSTRE FAMIGLIE, prof. Sergio

Cosa sono i Vangeli apocrifi del Natale?

dicembre 19th, 2011


I Vangeli apocrifi (dal greco apokryphos (da krypto: «nascondere» e apo: «lontano da, da parte»; letteralmnete «sottratto alla vista, segreto»), sono scritti che somigliano ai libri canonici (o “ufficiali”) ma che non appartengono al canone delle scritture. Gli apocrifi del NT sono tutti posteriori al I-II sec.d.C. I Vangeli apocrifi hanno cercato di colmare le lacune dei vangeli canonici, in modo particolare per quanto riguarda l’infanzia e la passione di Gesù. Riflettono ordinariamente la teologia popolare del tempo e tradiscono spesso una tendenza gnostica o eretica. Hanno avuto grande influenza sulla religiosità popolare e sull’arte; per esempio nel presepio (il bue e l’asinello e altri particolari). Tra questi vangeli romanzati dell’infanzia, i più conosciuti sono il Protovangelo di Giacomo (sull’infanzia del Salvatore, greco, verso il 150 d.C.), il Vangelo dello Pseudo-Matteo (latino, V-VI sec.). Vengono chiamati anche Vangeli edificanti. Ecco di seguito alcuni brani che riguardano il Natale:

Pseudo Matteo 14,1-3 «Tre giorni dopo la nascita del Signore nostro Gesù Cristo, la beatissima Maria uscì dalla grotta ed entrò in una stalla, depose il bambino in una mangiatoia, ove il bue e l’asino l’adorarono. Si adempì allora quanto era stato detto dal profeta Isaia, con le parole: “Il bue riconobbe il suo padrone, e l’asino la mangiatoia del suo signore”. Gli stessi animali, il bue e l’asino, lo avevano in mezzo a loro e lo adoravano di continuo. Si adempì allora quanto era stato detto dal profeta Abacuc, con le parole: “Ti farai conoscere in mezzo a due animali

L’origine del Bue e dell’asinello nel presepio. Come si può intuire da questo brano, la presenza del bue e dell’asino nel presepe nasce da una tradizione popolare che non è però biblica. Certo questi due animali non mancavano quasi mai nelle famiglie contadine dei giudei: “Non scioglie forse, di sabato, ciascuno di voi il bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi?” (Lc 13:15). Il particolare del bue e dell’asinello è quindi possibile, ma la Bibbia lo tace. Probabilmente esso deriva dal vangelo apocrifo dello Pseudo Matteo (vedi testo sopra). Quindi è pura  leggenda creata da un apocrifo. Per di più, le due profezie sono intese erroneamente. Infatti, la prima citazione (da Isaia 1,3) dice: “Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone” e qui non si parla affatto di messia ma si vuole stabilire un confronto tra l’istinto dei due animali che sono riconoscenti verso il proprio padrone che li ciba e l’ingratitudine di Israele che manca di riconoscenza verso Dio; il passo isaiano conclude: “ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende”. La seconda citazione è tratta da Abacuc 3,2: “Signore, ho ascoltato il tuo annunzio, Signore, ho avuto timore della tua opera. Nel corso degli anni manifestala, falla conoscere nel corso degli anni”; la citazione però non è altro che una traduzione latina mal riuscita che nel testo ebraico ha tutt’altro significato. Il testo dell’apocrifo ha: “In medio duorum animalium innotesceris” (“In mezzo a due animali ti farai conoscere”) al posto dell’ebraico “Nel corso degli anni manifestala”. La traduzione latina della Vulgata ha però la traduzione giusta: “In medio annorum vivifica illud” (“Nel corso degli anni manifestala”). Ciò che il profeta Abacuc intendeva era la preghiera che la redenzione divina si attuasse al più presto, nella sua stessa generazione. Lo scrittore dello Pseudo Matteo ha interpretato male il testo greco della LXX di Abacuc: ἐν μέσῳ δύο ζῴων (en meso dΰo zòon; letteralmente: “entro pochi anni”), scambiando lo zòon (“età”, “anni”) con zòon inteso come “viventi”, “animali”. Da qui l’errata interpretazione e la pessima traduzione: il greco “entro pochi anni” è diventato nel latino “tra due animali”. (Dal Forum Il Biblista http://www.biblistica.net/)

Ecco un altro brano apocrifo sul Natale, sempre dallo Pseudo Matteo 13,3-5: «Era infatti giunta la nascita del Signore, e Giuseppe era andato alla ricerca di ostetriche. Trovatele, ritornò alla grotta e trovò Maria con il bambino che aveva generato. Giuseppe disse alla beata Maria: “Ti ho condotto le ostetriche Zelomi e Salome, rimaste davanti all’ingresso della grotta non osando entrare qui a motivo del grande splendore”. A queste parole la beata Maria sorrise. Giuseppe le disse: “Non sorridere, ma sii prudente, lasciati visitare affinché vedano se, per caso, tu abbia bisogno di qualche cura”. Allora ordinò loro di entrare. Entrò Zelomi; Salome non entrò. Zelomi disse a Maria: “Permettimi di toccarti”. Dopo che lei si lasciò esaminare, l’ostetrica esclamò a gran voce dicendo: “Signore, Signore grande, abbi pietà. Mai si è udito né mai si è sospettato che le mammelle possano essere piene di latte perché è nato un maschio, e la madre sia rimasta vergine. Sul neonato non vi à alcuna macchia di sangue e la partoriente non ha sentito dolore alcuno. Ha concepito vergine, vergine ha generato e vergine è rimasta”. 4All’udire questa voce, Salome disse: “Permetti che ti tocchi e sperimenti se è vero quanto disse Zelomi”. Dopo che la beata Maria concesse di lasciarsi toccare, Salome mise la sua mano. Ma quando ritrasse la mano che aveva toccato, la mano inaridì e per il grande dolore incominciò a piangere e ad angustiarsi disperatamente gridando: “Signore Dio, tu sai che io ti ho temuto sempre, e ho curato i poveri senza ricompensa, non ho mai preso nulla dalle vedove e dall’orfano, e il bisognoso non l’ho mai lasciato andare via da me a mani vuote. Ma ora eccomi diventata miserabile a motivo della mia incredulità, perché volli, senza motivo, provare la tua vergine”. 5Mentre così parlava apparve a fianco di lei un giovane di grande splendore, e le disse: “Avvicinati al bambino, adoralo, toccalo con la tua mano ed egli ti salverà: egli infatti è il Salvatore del mondo e di tutti coloro che in lui sperano”. Subito lei si avvicinò al bambino e, adorandolo, toccò un lembo dei panni nei quali era avvolto, e subito la sua mano guarì. Uscendo fuori incominciò a gridare le cose mirabili che aveva visto e sperimentato, e come era stata guarita; molti credettero a causa della sua predicazione.

L’amore non incatena, ma colora la tua libertà

novembre 6th, 2011

“L’amore non incatena, ma colora la tua libertà” ha intitolato così questa foto Valter. Siete d’accordo?


La religione è solo una droga?

novembre 2nd, 2011

Scusi prof, ma da quando un mio amico mi ha detto questa frase: “Le religioni sono la droga dei popoli, servono solo a dare guadagno agli  spacciatori: i preti!” confesso che ci ripenso spesso. La religione non può essere un modo per “drogare” l’essere umano, cioè lasciarlo sempre un po’ bambino e sottomesso?.

Questa mattina un mio alunno è venuto fuori con questa obiezione. Certo la sua domanda deve essere presa in seria considerazione, ma non è  certo la prima volta che viene detto qualcosa di simile sulla religione. Tutta una cultura, più o meno marxista, ha fatto questa stessa obiezione per anni e molta gente – magari “drogata” di luoghi comuni, telefoni e tv, slogan e quant’altro – continua a ripeterla senza pensarci su troppo.

Ma non voglio stare qui a controbbattere in modo teorico. Proprio in questi giorni è stato ucciso un missionario italiano nelle Filippine, Fausto Tentorio (17 ottobre 2011). Era già sfuggito ad un attentato nel 2003, ma aveva continuato a lavorare per i suoi Manobos, un gruppo minoritario delle Filippine, che viveva in foresta. C’erano dei grossi interessi sulle loro terre e qualcuno trovava molto scomodo quel missionario italiano che si opponeva allo sfruttamento delle terre dei manobos per puri fini economici. Così sono stati assoldati dei sicari che, con il volto coperto dal casco e in moto, lo hanno freddato con più colpi di pistola. La violenza agisce sempre così, a volto coperto; è ormai un rito omologato in tutto il mondo!

Confesso che quando il ragazzo ha fatto in classe l’obiezione sulla religione mi è subito venuto in mente P. Fausto - che tra l’altro per me non era affatto uno sconosciuto - e ho detto al ragazzo: “Ma quale droga e quali spacciatori…? Qui c’è gente che muore per difendere i poveri dai veri spacciatori. Vacci piano ragazzo con le parole; impara a collegare la bocca con il cervello, perchè c’è gente che dà la vita per le persone con cui lavora. Al suo funerale ( fatto lo stesso giorno di quello di Simoncelli, il futuro campione di motociclismo, ma che ovviamente nessuno ne sapeva niente in questo nostro mondo “drogato” di miti) è stato ricordato così: “Il suo sogno era di addomesticare l’arroganza di chi vuol possedere sia la terra che l’uomo”. Grande! Quanta arroganza c’è anche qui da noi…

E’ stato sepolto tra i suoi Manobos, a cui ha costruito soprattutto scuole (guarda caso!) e sulla sua tomba c’è questa bella frase della Bibbia: “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te:praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio” (Michea 6,8)

.

Frammenti di infinito

novembre 1st, 2011

Ricevo da un amico queste tre foto in sequenza che ci aiutano a riflettere sul nostro destino. Grazie Valter…

Queste le foto e il commento di Valter Lusani, l’autore:

“UOMO…piccola creatura, dalle fragile ali, che affacciata alla finestra…

 “..scruta il cielo per spiccare il volo.. “…verso l’IGNOTO che è il suo destino”

Un violinista nella metropolitana

ottobre 16th, 2011

C’era un musicista che suonava in strada all’ingresso della fermata della metropolitana “L’Enfant Plaza” in Washington DC. Era una mattina fredda, di gennaio.
Suonò musiche durante quarantacinque minuti. Incominciò con Bach, poi l’Ave Maria di Schubert, musica di Manuel Ponce, di Massenet e di nuovo Bach.
Erano quasi le otto del mattino: era un’ora di punta, passavano davanti a frotte le persone, quasi tutte dirette al loro lavoro.
Dopo tre minuti, un uomo di mezza età si accorse del musicista. Rallentò il suo passo, si fermò alcuni secondi e riprese il cammino. Un minuto dopo il suonatore ricevette il suo primo dollaro; senza fermarsi, una donna lanciò un banconota nella cassa del violino.
Alcuni minuti dopo, un individuo si fermò alcuni istanti ad ascoltare, ma guardando il suo orologio riprese a camminare in fretta… stava facendosi tardi.
Chi gli fece maggior attenzione fu un piccolo di tre anni circa. Sua madre lo prese e lo tirò, ma il piccolo continuava ad ascoltare il violinista.
Finalmente, sua madre lo prese con forza e continuarono il cammino. Il piccolo, anche intanto che camminava, continuava, con la testa girata, a guardare il suonatore.
Durande i quarantacinque minuti in cui suonò, ci furono solo sette persone che si fermarono ad ascoltarlo brevemente. In tutto il tempo riuscì a riunire 32 dollari! Nessuno fece caso quando il violinista smise di suonare. Nessuno lo applaudì. Tra le circa 1.000 persone che passarono davanti a lui, nessuno lo riconobbe.
Nessuno pensò che il violinista era Joshua Bell, uno dei migliori musicisti del mondo. Nella fermata della metropolitana suonò alcuni tra i più difficili spartiti che mai siano stati scritti, e tutto quello con uno Stradivarius del 1713 valutato in 3,5 milioni di dollari!
Due giorni prima di questo fatto, non c’erano già più biglietti in vendita per il suo concerto nel teatro di Boston, e i biglietti costavano quasi 100 dollari!
Questa attuazione in incognito nella stazione della metropolitana di Joshua Bell, fu organizzata dal «Washington Post» per investigare la percezione, il gusto e le priorità della gente. Queste erano le domande:

- Possiamo in un ambiente quotidiano, a una ora insolita, apprezzare la bellezza?
- Ci fermeremmo per apprezzarla?
- Possiamo riconoscere il talento in un contesto insolito?

Una delle possibili conclusioni dopo l’esperimento potrebbe essere:
Se non ci prendiamo il tempo di fermarci e ascoltare quando uno dei migliori musicisti del mondo sta suonando alcune delle migliori musiche, quante altre cose straordinarie ci stiamo perdendo per non sapere apprezzarle?” (Fonte non specificata – Nella foto Lucia Bono, 5B Liceo classico Newton di Chivasso (TO), a.s.2009-10)

“Se non vuoi vedere a che serve una stella”?

ottobre 15th, 2011

La capacità di “osservare con attenzione” è una qualità indispensabile per arricchire la nostra dimensione interiore. Ci sono molte persone che guardano ma non vedono niente. La contemplazione, o meglio la capacità di guardare dentro noi stessi e le cose che ci circondano, è un’arte antica che si può e si deve apprendere. Eccoti dunque una serie di esercizi per verificare la tua capacità di “osservare con attenzione”. E’ una specie di gioco, ma  contiene una sapienza: le cose occorre saperle vedere, niente è come appare ad una prima occhiata superficiale. Soprattutto, occorre “voler vedere”. Infatti, come recita un vecchio proverbio gitano: “Se non vuoi vedere a che serve una stella?”

ESERCIZI NEUROBICI

Vedi più sotto alcuni esercizi neurobici. L’importante non è indovinare , ma stimolare i nostri neuroni e allontanarci da quella sgradita malattia che è l’Alzheimer

Riesci a vedere 10 facce nell’albero?

 

 

C’è un viso in questa foto, riesci a vederlo?

 

 

Riesci a vedere il bebè?


Riesci a vedere la coppia che si bacia?

Riesci a vedere 3 donne?

Riesci a vedere la differenza tra un cavallo e un rospo?
Guarda bene…..



Molto divertente!..Sei riuscito a vedere tutto??…!!!Sei in ottima forma…